Assogestioni
 

Le modalità di adesione

Il sistema di previdenza complementare svolge una precisa funzione sociale: sostenendo e integrando la previdenza obbligatoria, garantisce ai cittadini l’opportunità di godere di una rendita pensionistica adeguata e in linea con il proprio tenore di vita.

I lavoratori possono aderire alla previdenza complementare comunicando la propria volontà al datore di lavoro. Accanto a questa possibilità la riforma ha inoltre previsto che, allo scadere del "semestre di scelta", entri in funzione il meccanismo del silenzio-assenso. La libertà della scelta viene così garantita e ribadita, ma affiancata dalla previsione di una modalità "implicita" di adesione, in grado di assicurare comunque ai lavoratori i vantaggi diretti e indiretti offerti dalle forme pensionistiche complementari.

Scopriamo insieme come è possibile aderire e quali sono, per i lavoratori dipendenti, gli effetti che comportano la mancata scelta o la decisione di non aderire.

Le modalità di espressione della volontà

La riforma del sistema di previdenza complementare ha introdotto, per i soggetti interessati, la possibilità di esprimere la propria scelta in merito alla destinazione del TFR maturando.

I lavoratori dipendenti, a partire dalla data di assunzione (se successiva al 31 dicembre 2006), hanno 6 mesi di tempo per comunicare la propria scelta al datore di lavoro, compilando l’apposito modulo TFR2 predisposto dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale.

È importante ricordare che, oltre al modulo predisposto dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale, il lavoratore che decide per la prima volta di aderire ad una forma di previdenza complementare è tenuto a compilare anche il modulo di adesione alla forma prescelta.

Effetti della mancata scelta per i lavoratori con TFR

I lavoratori dipendenti hanno 6 mesi di tempo per comunicare la propria scelta al datore di lavoro, a partire dalla data di assunzione. Oltre questo termine, scatta il meccanismo di silenzio-assenso e il trattamento di fine rapporto del lavoratore silente (che cioè non ha comunicato per iscritto la propria decisione) viene trasferito dal datore di lavoro alla previdenza complementare.

Il TFR è destinato, in via prioritaria, al fondo pensione ad adesione collettiva (aperto o negoziale) previsto dagli accordi o contratti collettivi, salvo diverso accordo aziendale. Nel caso in cui il contratto o l’accordo prevedano più forme collettive, il TFR maturando sarà conferito alla forma pensionistica che ha raccolto in azienda il maggior numero di adesioni.
Nel caso in cui, invece, per l’azienda non sia individuabile alcuna forma pensionistica di riferimento, il TFR sarà trasferito al FONDINPS, la forma di previdenza complementare residuale istituita presso l’Inps.

È previsto che, in caso trovi applicazione la disciplina del silenzio-assenso, il TFR venga destinato alla linea a contenuto più prudenziale prevista dalle diverse forme sopra indicate, tale da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del TFR.

In caso di adesione secondo la modalità tacita, la riforma riconosce al dipendente la possibilità di trasferire la posizione ad un’altra forma di previdenza complementare dopo un anno di adesione (in caso di adesione esplicita, il trasferimento è invece possibile soltanto dopo almeno 2 anni di iscrizione).

Tutti gli altri soggetti possono aderire alle forme di previdenza complementare prescelte, sottoscrivendo il modulo di adesione contenuto nella Nota informativa della forma stessa. I moduli di adesione sono disponibili presso le sedi degli intermediari istitutori (SGR, banche, imprese di assicurazione, SIM), sui siti Internet dei fondi, nonché presso tutti i soggetti incaricati della raccolta delle adesioni.

Effetti della scelta negativa

Tra le opzioni a disposizione del lavoratore c’è anche quella di non aderire alla previdenza complementare e mantenere il TFR in azienda. La scelta deve essere comunicata in modo formale ed esplicito al datore di lavoro, utilizzando il modulo predisposto dal Ministero, entro il termine del periodo di scelta.

La scelta sarà tuttavia reversibile: in qualsiasi momento, anche dopo i sei mesi previsti, il lavoratore sarà libero di cambiare idea e trasferire il TFR alla previdenza complementare.

49 o 50 dipendenti?
Dal punto di vista dell’azienda possono presentarsi due eventualità, in base al numero di lavoratori con contratto di lavoro subordinato.
Se l’impresa ha fino a 49 dipendenti, il TFR di chi ha deciso di non aderire continuerà a restare materialmente in azienda e sarà regolato dalle vecchie norme. Se al contrario l’impresa ha almeno 50 dipendenti, il TFR maturando non destinato alla previdenza complementare dovrà essere versato dal datore di lavoro all’apposito Fondo di Tesoreria costituito presso l’Inps.
La riforma, nel determinare il numero di dipendenti, prende in considerazione la media occupazionale in attività nel periodo 1° gennaio - 31 dicembre 2006 (per le aziende costituite dopo il 1° gennaio 2007, la media dei lavoratori in forza nell’anno solare di inizio attività). In entrambi i casi, l’unico referente per i lavoratori rimarrà il datore di lavoro, che sarà tenuto a raccogliere le richieste di anticipazione e a liquidare il saldo del TFR alla fine del rapporto.

Le vecchie regole
In seguito a questa scelta, il TFR continuerà ad essere gestito secondo le vecchie regole e beneficerà della rivalutazione legale, in base alla quale alla quota accantonata annualmente è applicato un tasso pari all’1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi Istat (inflazione). Allo stesso modo, restano valide anche le regole attualmente previste per ottenere un’anticipazione (dopo almeno 8 anni di anzianità e per un massimo del 70%) o l’erogazione al termine del rapporto di lavoro.

La fiscalità
È da rilevare come, decidendo di mantenere il TFR in azienda, il trattamento fiscale al quale esso sarà soggetto risulterà molto penalizzante rispetto a quello agevolato riconosciuto alle forme complementari: in questo caso, infatti, l’aliquota minima sarà pari al 23%, contro il 9% di fondi pensione e PIP.

 

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